Un pari ingiusto non frena la crescita

conteIl rammarico è grande, soprattutto perché la squadra vista nella ripresa ha fatto meglio di quella che ha affrontato il Bologna in parità numerica. Avrebbe meritato di vincere, la Juve della ripresa in dieci contro undici.
La notizia rispetto alle scorse edizioni è che il pareggio finale non è da considerarsi un buon risultato come lo si accoglieva negli ultimi anni quando, rimasta la squadra con un uomo in meno, la speranza di ogni tifoso juventino era prima di tutto quella di non subire l’ennesima figuraccia.
Stasera siamo qui a raccontare di un’occasione sprecata, e paradossalmente nella negatività del risultato possiamo dire che è stato compiuto un altro passo verso il recupero di quello spirito-Juve così annebbiato, per non dire scomparso, dal 2006.
L’approccio è stato buono, qualche egoismo iniziale di troppo (di Del Piero), poi lentamente il Bologna prendeva le misure alla manovra juventina, piazzando Ramirez su Pirlo e bloccando la fonte di gioco di Conte.
Da adesso credo che di mosse del genere ne vedremo parecchie.
Bisoli aveva schierato una diga davanti alla difesa a stringere sulle punte, con l’irritante Vucinic – in gol grazie ad una genialata di Pirlo a palla in movimento - impegnato a litigare nove volte su dieci col pallone e anche con l’arbitro, rimediando un meritato giallo che poco dopo si tramutava in rosso per un intervento inutile in una zona di campo che definirei altrettanto inutile.
Sul montenegrino credo che Conte sappia che c’è molto, moltissimo da lavorare, soprattutto a livello mentale.
Se crede di essere rimasto a Roma, il buon Mirko si sbaglia di grosso: questa è la Juve, caro.
Il Bologna continuava a difendersi con ordine e ripartiva saltuariamente rendendosi, almeno potenzialmente, pericoloso, specialmente sul lato sinistro del fronte offensivo, quello presidiato da Lichtsteiner cui mancava il supporto di Krasic, al solito pigro in copertura, e deleterio - come gli capita ormai da mesi - in fase offensiva, visto che si incarta da solo con iniziative senza criterio, che – soprattutto - ne denotano gli spaventosi limiti tecnici.
Per l’ex CSKA Mosca all’attivo c’è una sgroppata conclusa con un assist a Del Piero - cui il tiro che lo rese famoso in gioventù non riesce ormai da anni - e la conclusione ad inizio ripresa – dopo splendida imbeccata del migliore in campo (manco a dirlo) Andrea Pirlo - che finiva sul palo e segnava l’ideale spartiacque del match: gol sbagliato, gol subìto, dal possibile 2-0 all’1-1 che sarebbe rimasto immutato fino al termine.
L’inevitabile accadeva sul capovolgimento di fronte dopo il palo di Krasic, quando l’inadeguato De Ceglie pasticciava costringendo Buffon al primo intervento della stagione, antipasto del calcio d’angolo dal quale scaturiva il pareggio di Portanova.
Al minuto cinquantuno iniziava un’altra partita: io per primo temevo di rivedere i fantasmi della scorsa stagione, quando la minima difficoltà portava la squadra a consegnare la partita, e a consegnare se stessa, nelle mani dell’avversario di turno, qualunque fosse.
Invece no, d’accordo che di fronte c’era un Bologna limitato e con uno score di due sconfitte su due partite giocate, ma in inferiorità numerica la Juve si trasformava, tirando fuori carattere, grinta e quella voglia che in undici contro undici non si era vista.
L’ingresso di Giaccherini - poco incisivo ma nonostante tutto più utile di Krasic - e del vigoroso Vidal (schierato terzino sinistro per De Ceglie) contribuivano ad elevare il livello temperamentale del gruppo, che da quel momento rinchiudeva il Bologna nella sua metà campo – i rossoblù ne sarebbero usciti un’ultima volta con il subentrato Di Vaio nel finale - e sfiorava almeno sei volte il vantaggio con azioni di puro agonismo.
Salivano in cattedra l’immenso Pirlo, e con lui Marchisio, Lichtsteiner, e i centrali difensivi, fra i più pericolosi in fase offensiva; e Matri – che aveva sostituito Del Piero all’intervallo - iniziava a vincere i duelli con i difensori bolognesi, recuperando preziosi palloni.
Nell’assedio degli ultimi 40 minuti è mancato il gol, non il massimo impegno, non la voglia feroce di prevalere anche a costo di rischiare qualcosa.
I segnali c’erano tutti, la volontà di interrompere il gioco il meno possibile, la disponibilità al sacrificio da parte di tutti per sopperire al deficit numerico.
Oggi la Juve è un gruppo, sta diventando una squadra, con alcuni accorgimenti e opportuni innesti potrebbe diventare una grande squadra almeno per gli standard del nostro campionato.
Lasciamo lavorare Conte, ho l'impressione che ci sia da fidarsi.

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