Chelsea - Juve: ci siamo

ranieriLa sfida dello Stamford Bridge stravolge completamente le impressioni ricavate al momento del sorteggio. Era prevedibile, d’altronde a questi livelli è impossibile pronosticare a distanza di tre mesi ciò che potrà accadere. Troppe le variabili, dalla condizione fisica agli eventuali correttivi di mercato che potevano essere apportati nella sessione invernale, agli equilibri interni alle squadre. E se, in termini di condizione atletica, a dicembre la Juve era decisamente una spanna sopra ai rivali, mentre ora siamo sostanzialmente alla pari (gli inglesi sono in crescita, mentre la Juve si sta riprendendo da un periodo di appannamento fisiologico), nessuna delle due è intervenuta sul mercato. La novità si chiama Guus Hiddink, vecchio santone (come si diceva una volta) del calcio olandese, chiamato da Abrahmovic per rivitalizzare un gruppo che non seguiva più Scolari, in conflitto con alcuni uomini importanti dello spogliatoio, a cominciare da Drogba.
Hiddink è un olandese di quelli vecchio stampo, che ha ottenuto risultati ovunque, attraverso un gioco fatto di pressing, accelerazioni e verticalizzazioni improvvise. Un figlio di quel "calcio totale" che dominò l’Europa nei primi anni Settanta, quando Guus si disimpegnava da modesto centrocampista nell’Eredivisie.
E’ da allenatore che Hiddink si è fatto un grande nome: più volte campione d’Olanda col PSV Eindhoven, squadra da lui portata al titolo di campione d’Europa nel 1988 (in una delle finali più brutte della storia del torneo vinta ai rigori contro il Benfica), e campione del Mondo 1998 col Real Madrid, vincitore a Tokyo della Coppa Intercontinentale contro il Vasco da Gama. Allenatore della Nazionale russa dal 2006 (carica conservata, l’incarico al Chelsea è stato definito da Hiddink "un favore per Roman (Abrahmovic), per quello che ha fatto in questi anni per il calcio russo"), di lui si ricordano le esperienze alla guida della nazionale del suo Paese e di quella coreana, entrambe portate fino al 4° posto ai Mondiali, rispettivamente nelle edizioni del 1998 e nel 2002.
Rispetto alle abitudini di Scolari (questioni motivazionali a parte, inevitabili quando si cambia allenatore), la squadra nelle prime uscite ha espresso un gioco meno lento e prevedibile, uno sfruttamento maggiore del pressing e della verticalizzazione, e, pur non potendo rinnegare le caratteristiche radicate da anni in sole due settimane (Scolari, e prima di lui, Mourinho, basavano il loro gioco sulla solidità difensiva e sul possesso palla: più rigido il portoghese e meno ossessivo Felipao), ricorre maggiormente alla manovra in velocità e meno ai cambi di gioco in orizzontale. E che si ragioni in termini più offensivi lo testimonia il ritorno di Drogba tra i titolari, al fianco di Anelka, bomber stagionale dei "blues" che finalmente incontra la Juve, squadra che per anni è stata considerata interessata al bizzarro Nicholas. I due garantiranno super lavoro alla coppia Chiellini-Legrottaglie, che dovrà evitare leggerezze e confidenze, vista l’aggressività persistente che caratterizza l’ivoriano e la tecnica dello svogliato (un tempo, forse) ma dotatissimo francese.
Mancherà il vero super di questa squadra, Essien, e per la Juve è un bene, visto che il giovane e sopravvalutato Mikel (Sissoko dovrebbe mangiarselo) ne ha preso il posto, in un centrocampo che dovrebbe vedere Lampard (sul quale vedremmo meglio Marchisio, più cattivo e rapido di Tiago) a ridosso delle punte e la coppia Ballack-Kalou recitare un ruolo da aspiranti guastatori, come per noi sarà fondamentale facciano Camoranesi e Nedved. In difesa, lo scontento cronico Alex affiancherà il capitano John Terry (immaginiamo che sfida a "sportellate" con Amauri!), causa indisponibilità di Ricardo Carvalho, tradizionale partner di "JT" ormai alle prese con acciacchi continui, mentre gli esterni, per indole, spingono parecchio o almeno provano a farlo, soprattutto Bosingwa, che opererà dalla parte di Molinaro, mentre Ashley Cole sarebbe l’anello debole, dal momento che non ha mai ripetuto al Chelsea le grandi prove offerte ormai anni fa in maglia Arsenal. Molto dipenderà da Camoranesi, uomo determinante per il gioco della Juve, che potrebbe puntare il mancino di colore, ma per farlo avrebbe necessità di una tenuta maggiore rispetto a quella che Mauro può garantire attualmente, e il supporto di un Grygera meno in apnea non guasterebbe. Questo per dire come sarà fondamentale per noi che il centrocampo tenga e che gli esterni blocchino i loro fino ad arrivare a prendere il sopravvento.
Per finire con l’analisi tecnica, Del Piero e Amauri dovranno essere bravi a dialogare tra loro, visto l’indubbio vantaggio procurato dall’assenza del lungodegente Carvalho, perché se c’è un punto debole in questa squadra, oltre a Cole, è nella limitata rapidità della coppia centrale, fisicamente fortissima ma vulnerabile nel breve. Annotazioni statistiche: il Chelsea ha perso una sola volta contro le italiane nelle gare disputate a Stamford Bridge, contro la Lazio nella Champions League 2000/01, ma in quell’occasione si era alla seconda fase a gironi e il club londinese, già qualificato, non oppose una così strenua resistenza ad una Lazio che, invece, doveva vincere a tutti i costi per qualificarsi. E i biancocelesti vinsero, assicurandosi anche il primato nel girone. Per il resto, dal 1964/65, quando eliminò il Milan dalla Coppa delle Fiere (dopo spareggio, allora non esistevano i supplementari), al recente 1-0 ottenuto ai danni della Roma nell’ultima fase a gironi, solo lo stesso Milan nella Champions League 1999/00 è uscito senza l’onta della sconfitta dallo stadio situato in Fulham Road, sorte che, invece, è toccata ancora alla Lazio nel 2003 (ad opera della squadra allenata da Ranieri) e al Vicenza di Guidolin nella Coppa delle Coppe del 1998 (contro Vialli player-manager dei "blues").
Numeri poco confortanti, che, se sommati a quelli che riguardano la Juve fanno scorrere brividi sulla schiena. La Juve non elimina una squadra inglese in un doppio confronto dal 1984, quando un gol di Rossi al 90° estromise il Manchester United dalla Coppa delle Coppe e consegnò alla squadra di Trapattoni il biglietto per la finale che avrebbe vinto a Basilea contro il Porto. E’ vero che negli anni d’oro della prima Juve lippiana la competitività delle inglesi non era granché, e raramente giungevano a giocarsi gli ultimi turni di Coppa, ma stranamente il destino ha sempre risparmiato le sfide dirette, anche negli ottavi. Perché nelle fasi a gironi succedeva di incontrare il Manchester United, a casa del quale i bianconeri ottennero l’ultima vittoria in terra inglese nel 1997 (Girone eliminatorio di Champions League: Manchester Utd-Juventus 0-1, rigore di Del Piero la settimana precedente il gol di Tokyo) mentre l’abbandono di Lippi coincise con l’ultima volta in cui la Juve uscì senza sconfitta da Old Trafford (due anni dopo, semifinale Champions League edizione 1998/99), un 1-1 che fu preludio di quell’illusione sfumata a Torino, dove il 2-0 iniziale per la squadra di Ancelotti venne ribaltato in un clamoroso (ma meritato) 2-3 per gli uomini di Ferguson, lanciati a vincere la Coppa nell’incredibile serata di Barcellona. Da allora, per la Juve solo sconfitte in Gran Bretagna, influenti o ininfluenti che fossero, contro Newcastle, Manchester United, Arsenal (2 volte), Liverpool, persino Celtic. Per domani, i numeri non autorizzerebbero affatto ad essere ottimisti.

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