Grazie, assessore

narducciIl processo di Napoli volge al termine e da tempo mi ero ripromesso di scrivere queste righe prima che fosse pronunciata sentenza.
Pur convinto che quanto emerso dal dibattimento non possa che condurre ad un certo esito, ammetto di essere interessato fino a un certo punto a conoscere tale esito.
O meglio, credo che, in fondo, non sia quello il punto. E cerco di spiegare il perché.
Anzitutto, il punto di partenza del mio ragionamento.
Non mi interessa assolutamente nulla delle decisioni degli organi giudiziari sportivi, di qualsiasi livello.
Nella sua arringa a Napoli l’avv. Prioreschi ha parlato della "giustizia sportiva" come di una “giustizia da avanspettacolo” ma, a mio avviso, la “giustizia sportiva” è, ancor più radicalmente, qualcosa non meritevole nemmeno della minima considerazione da parte degli operatori del diritto.
Essa è la pura e semplice risultante di rapporti politici ed economici che ne costituiscono la ragione ed il presupposto. Un epifenomeno, una sovrastruttura.
Non è possibile accreditare della minima attenzione un sistema che – come la cronaca di questi anni attesta, prima durante e dopo Calciopoli – contingenta in pochi minuti i tempi per le arringhe difensive, inventa giudizi ad personas, ricorre a aberrazioni clownesche come il concetto di “radiazione implicita”, compromette se stessa con transazioni segrete con radiati e/o radiandi finite in chissà quali cassetti.
A modesto avviso di chi scrive l’atteggiamento di chi ha la sventura di incappare in siffatta “giustizia” può e deve (o, se preferite, poteva e doveva) essere solo ed esclusivamente di assoluto ed immanente conflitto. Anzi, per essere ancor più precisi, di negazione.
Constato che ancor oggi, per motivazioni che di certo non mi sfuggono e che comunque rispetto, si esita a volere uno scontro frontale che, ne sono certo, condurrebbe in prospettiva all’abolizione di un sistema che ha dato prova di negare i più elementari principi costituzionali e comunitari.
Quanto sopra per confermare che a me (ma non penso di essere solo) interessa soltanto la giustizia ordinaria.
E quindi torno a Napoli, per affermare, senza mezzi termini, che, a mio avviso, il procedimento penale conosciuto come “Calciopoli” è stato uno dei più importanti procedimenti giudiziari della storia repubblicana.
Ma come conciliare questa affermazione con il mio relativo disinteresse per l’esito finale del procedimento in questione (o perlomeno del primo grado di giudizio)?
La risposta è semplice e non v'è necessità, per fornirvela, di ripercorrere nel dettaglio quanto accaduto dall’inizio delle indagini ad oggi.
Il procedimento penale in questione ha forzosamente convogliato su di sé l’attenzione di centinaia di migliaia di tifosi della Juventus, perché in fondo ha toccato le emozioni di quei tifosi.
Volendo banalizzare (ma in fondo nemmeno tanto) il concetto, è come se dall’oggi al domani qualcuno irrompesse e ti dicesse: quella cosa che ti ha fatto compagnia da quando eri bambino, che ti ha fatto gioire e disperare, che ti ha fatto abbracciare e litigare, è una cosa sporca.
E’ vero, a certe insinuazioni il tifoso juventino è abituato da sempre.
Ma questa volta l’insinuazione, anzi l’accusa infamante, proveniva da una delle più importanti Procure della Repubblica italiane, non da giornalisti sportivi, malcelati tifosi di squadre avversarie.
Alzi la mano chi, tra i tifosi juventini, non si è emozionato, all’epoca della pubblicazione (abusiva) delle prime intercettazioni nel 2006 e della conseguente, colossale campagna mediatica da giacobini all’amatriciana di tutte le testate giornalistiche italiane, ripensando ai momenti più intensi della sua storia di tifoso.
Subito lo choc, la reazione di moltissimi juventini è stata un esempio di civiltà: pur toccati nelle loro emozioni, non hanno occupati binari, non hanno minacciato violenze; hanno invece iniziato a farsi delle banali domande: le cose sono andate così come ce le spiegano la Procura di Napoli e gli organi di informazione? Le tesi accusatorie sono realmente provate o quantomeno provabili?
Le risposte a quelle domande, condivise fin dal 2006 nei forum juventini della rete, hanno dato la stura ad una meticolosa opera di controinformazione che, a mio avviso, rappresenta uno straordinario esempio di partecipazione civica.
Migliaia di tifosi sono “diventati” cittadini, desiderosi di informarsi sulle regole del processo penale, capaci di indignarsi per la violazione di quelle regole (un esempio su tutti: pensate a quante volte è stato sottolineato nelle arringhe dei difensori a Napoli che il Pubblico Ministero, nel nostro ordinamento, ha il dovere di andare alla ricerca anche delle prove a discarico…) ed abili a sfruttare la rete e gli spazi televisivi o radiofonici loro concessi per illustrare il loro punto di vista.
In altre parole, vada come vada il processo, le tesi accusatorie, i teoremi a senso unico e l’indignazione dei giacobini all’amatriciana sono stati sconfessati non soltanto dall’egregio lavoro della difesa di Luciano Moggi, ma anche da quelle migliaia di tifosi che non hanno mai smesso in questi anni di esercitare la propria autonomia di giudizio, pur nel sostanziale silenzio dei principali mezzi di informazione (a questo proposito vi confesso la mia commozione quando ho sentito l’avv. Prioreschi citare nella sua arringa Ju29ro, un’emozione provata pensando non certo ai miei contributi modesti e saltuari, ma al lavoro incessante di tanti miei “colleghi” ed all’opera di “coscientizzazione” che anche grazie a loro è stata possibile).
Il tifoso juventino mediamente informato su Calciopoli conosce bene il “piaccia o non piaccia”, il “vedi che devi fare per farla astenere”, i “baffi rossi” dimenticati. Ha imparato a capire che la prova si forma in dibattimento, che la falsa testimonianza è un reato molto grave ed altrettanto lo è la calunnia.
Mi piace pensare che Calciopoli sia servita a far aprire gli occhi a tanti cittadini sui problemi della giustizia.
E magari per riflettere sul fatto che non tutti possono permettersi un collegio difensivo di prim’ordine o abili consulenti, così esponendosi a rischi proporzionalmente più elevati di quelli che, così auspichiamo, Luciano Moggi alla fine eviterà.
In questo senso, anche se mai avrei pensato di poter scrivere queste cose qualche tempo fa, dobbiamo ringraziare Calciopoli e le sue contraddizioni, perché in fondo ha dato una speranza alla partecipazione democratica su un tema che deve essere di interesse comune: il modo in cui la Giustizia viene amministrata nel nostro Paese.
Di questo, occorre ammetterlo, dobbiamo essere particolarmente grati ad una persona. Non è l’unica, ma è certamente una figura chiave di Calciopoli.
E adesso fa l’assessore.
Grazie, Assessore.

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