I soliti mandolinari

giornaliSuonino i mandolini, partano le sviolinate, che i pisquani diano aria alla bocca, il quarto campionato di pelota P.F. (Post Farsopoli) ha dato fuoco alle polveri. Abbiamo sentito di tutto, ma la palma di cuoio dell’insolazione agostana va ai gemelli Cobolli e Gigli, anzi, al loro signore e donno John John che, a dire dei gemelli in lustrini e paillettes su Sky, negli spogliatoi ha menato il torrone alla squadra con “i progressi fatti in questi tre anni ricordando che venivamo dalla serie B e abbiamo ottenuto questi risultati”. Tenetemi o li mando spennati a gestire il Torino, nella categoria che tanto li alletta.

E' il primo campionato su cui la grande abbuffata degli argonauti e degli scudetti di cartone non fa sentire i suoi mefitici effetti. Da quest'anno non c'è più il campanile balcanico-svedese, quello che dettava i rintocchi all'orchestra sgangherata di Moratti, è andato in Catalogna a condire l'europaella, e i gazzettieri trullallero trullallà tentano di fare gli gnorri. Peccato per l'Inter che a Bari non siano riecheggiati i belati di queste pecore matte e, infatti, bello a San Siro è il pomeriggio di Ventura e della sua banda di giovinastri. L'opinionista portoghese, dopo aver dato fiato al trombone per rintronare il CT della nazionale, raccoglie il rigorino e preserva Materazzi dalla doccia anticipata, ma non basta. Anzi, qualche centimetro più giù e Rivas gli avrebbe fatto assaggiare lui un succulento pollo piri-piri.

Domenica sera invece, nel sambodromo savoiardo, un comitato di benvenuto italico ha fatto assaggiare il pandoro agli stinchi di don Diego de la Vega. Ci fosse stato un pisquano a battere la grancassa su questo delitto! Invece, eccoli lì, in coro, a mandare lai per un mezzo falletto del danese con gli stivali. Verso più sinistro di questo non esiste, è il solito italico guaito delle verginelle anti Juve. Uffa che barba codesti pirlacchioni in attesa di arraffare scudetti, bilanci puliti e successi altrimenti negati sul campo. Oh, come me li figuro, lunedì sera, al festival di Pel di Carota, il mio amico Biscardone, tutti a berciare sui falli in area bianconera. Ma un tiro in porta il Chievo l'ha fatto?

Intanto, sulle rive del Tevere, c'è un gufo impagliato di bianco che sogghigna beffardo con un disco incorporato: cra-cra-cra. Domenica alle sei saran tutti lì sotto con i mirini spianati. Avran già dimenticato il ritornello che "ora son tutti in buonafede, non come quando c'era Lui". Me li ricordo, 3 anni fa, al processo dove l’urlo forcaiolo e l’accanimento a senso unico riecheggiavano inesausti. Volevano addirittura cacciare il c.t. quale usurpatore indegno. A tanto eccesso arriva la stupidità umana. Alla fine si sono messi sulle spalle il tricolore sgomitando per applaudire sotto le tribune d’onore. Il calcio marcio era sparito. Vedrete domenica se il mostro di Loch Ness non riemerge dal lago.

Ma che rottura di maroni. I soliti menestrelli. I soliti stornellatori. Che ne sapete voi dell'arte del pallone di cuoio? Meglio che passiate il tempo a rimirare quello in carne e silicone sfuggito dal sari di tal Maria Lopez Jimenez. Il solito tettame. Perché non è quello il calcio che dobbiamo dare agli italiani. I quali, se non ci fosse il pallone, dove diavolo andrebbero a parare?

 (so long, Gian Maria...)

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