Edgar Davids, un pitbull di lusso

Edgar DavidsA chi gli chiede chi sia il nuovo Davids nel calcio di oggi risponde, ridendo: "Non ci sarà mai un altro Edgar Davids: al mondo ne basta e avanza uno solo".
Arriva alla Juve nel dicembre del 1997, dopo una stagione e mezza con la maglia di quel Milan che aveva battuto con il suo Ajax nella finale di Champions League nel ’95. “Ci siamo tolti una bella grana”, “Con quel ghigno sprezzante e provocatorio, urtava tutti”, “Le mele marce è meglio toglierle dal gruppo”. Sono i commenti di alcuni dell’ambiente rossonero: a Milano non ha legato con nessuno, e anche il rapporto con la stampa sportiva (che si occupa di lui più per le scazzottate e le notti nelle discoteche che per quanto mostra in campo) non è stato facile. Ha giocato poco, senza integrarsi e senza brillare, subendo anche un grave infortunio (frattura di tibia e perone) superato peraltro in soli sei mesi. Capello, allenatore-manager milanista, non si oppone alla sua cessione alla Juventus. Proprio quel Capello che alcuni anni dopo, quando guiderà la Roma e cercherà di portarlo nella capitale, si sentirà chiedere in cambio dal Ds juventino Moggi tre giovani della primavera giallorossa: Aquilani, De Rossi e D’Agostino.
Il primo olandese nella storia della Juve è nato in Suriname e si porta dietro il soprannome di “Pitbull” affibbiatogli dal suo allenatore all'Ajax, Louis Van Gaal, per l'aggressività che mostra in campo. Non gode di buona stampa, Davids, né sembra interessato all’argomento: non è un giocatore che desideri mostrarsi simpatico. Scorbutico ed irascibile, senza fronzoli, poche interviste, pochi sorrisi. E l’aspetto fisico è in linea: basso come quelli cattivi, faccia da duro, ingrugnito, le lunghe treccine raccolte in un'improbabile coda, cui si aggiungeranno negli anni gli occhialoni protettivi colorati, diventati necessari a causa di un glaucoma.
A Torino capiscono di calcio, e sanno fornire agli uomini le sicurezze necessarie a permettere ad ognuno di dare il meglio di sé in campo. Decidono di puntare su di lui: i fatti daranno loro ragione. Davids è quello giusto, il giocatore che fa volare la squadra, l’uomo determinante per la Juve di Lippi. Una squadra che è limitativo definire muscolare: è piuttosto un perfetto insieme di classe, tecnica e carattere, un gruppo che non molla mai, proprio come lui.
L’Edgar Davids bianconero è uno tra i migliori centrocampisti della storia. Duttile e potente, in grado di giocare in mezzo al campo come sulla fascia o come mediano davanti alla difesa, così come regista, o dietro le punte. Elegante nel tocco di palla, macina chilometri al servizio della squadra. Dotato di straordinaria tecnica individuale, è abilissimo nel tackle (in scivolata e non) per sradicare il pallone dai piedi degli avversari. Veloce e intelligente in fase di interdizione e rilancio dell’azione. Corsa, agonismo, volontà, rendimento, grinta, furore: un trascinatore, una forza della natura. Uno che le dà e le prende, senza paura e senza fare storie: un calciatore vero, uno che anche nei contrasti più duri non tira indietro la gamba.
Ma Edgar è un duro anche nei rapporti con gli allenatori e i dirigenti. Durante l’Europeo del ’96 viene rispedito a casa dal tecnico della nazionale olandese Guus Hiddink; nel suo periodo al Milan, litiga con società e compagni di squadra; anche alla Juve, il suo rapporto con i dirigenti non sarà mai idilliaco, per motivi caratteriali e contrattuali; sul finire della sua permanenza in bianconero, qualche dissidio perfino con Lippi; tensioni e dissapori anche con Mancini, durante la sua breve esperienza all’Inter.
Così ne parla Montero: “Favoloso. A fine allenamento, tutti a fare la doccia, e Zizou e Davids, ogni giorno, si fermavano un paio d’ore a giocare. Due fenomeni, una sfida continua. Davids, come Zidane, era un giocoliere. Più i calciatori sono fenomeni, più sono umili. Davids, se non gli andavi a genio ti ignorava, altrimenti era un amicone. Simpatico, grintoso ma sbadato. Sbadato, come la volta che giocavamo in campionato contro il Piacenza. Entriamo in campo per fare il riscaldamento, e Edgar mi chiama sottovoce, guardandosi alle spalle come per evitare che qualcuno lo sentisse. 'Paolo vieni qui. Scusa, sai mica contro chi giochiamo oggi?'. Poi, è stato il migliore in campo”.
Una carriera non facile: alcuni gravi infortuni, una squalifica per doping, un paio di finali di Champions League perse… ma Davids è un vincente: 3 scudetti e 3 coppe europee con l’Ajax, 3 scudetti e una coppa europea alla Juve, oltre ad alcune supercoppe e coppe nazionali, con Ajax, Juve e Inter. Con la Nazionale olandese, viene premiato come miglior giocatore nell’Europeo del 2000 e inserito nella squadra ideale nei Mondiali del 1998 e del 2002.
La continuità e il dinamismo di Tardelli, la tecnica sopraffina di Zidane, la visione di gioco di Capello, le capacità di lavoro e sacrificio di Furino. Insostituibile: quantità e qualità messe a disposizione del gruppo. Non può non diventare un vero e proprio idolo per il popolo bianconero. I tifosi vedono in lui quella voglia di vincere e di non mollare mai che è un po' il marchio di fabbrica della Juventus. La tifoseria infatti gli attribuirà la cinquantesima stella nel nuovo stadio, la più sentita e voluta, rimediando all’errore commesso dalla dirigenza juventina, che gli aveva incomprensibilmente preferito Boniek.
Barcellona, Inter, Tottenham, Ajax, Crystal Palace: le sue esperienze successive a quella juventina. Ma nulla cambierà da parte dei sostenitori bianconeri. E lui continuerà a dichiarare il suo amore per la Vecchia Signora: “Con la Juventus ho imparato a vincere. Non so come è successo: è qualcosa che si respira nell'aria dello spogliatoio, che si tramanda da giocatore in giocatore. E’ il sentimento che ti trasmettono milioni di tifosi, e non c'è club nel mondo che ti faccia lo stesso effetto”.
Una carriera vissuta accanto a tanti campioni (Zidane, Del Piero, Nedved, etc.), contro tanti altri campioni. Ma, se gli chiedete chi sia stato il giocatore più forte che abbia mai incrociato, la risposta è una sola: “Me stesso”.

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