Ci hanno preso per il culo. Fino alla fine

Elkann e BlancLa fine di un’illusione si materializza con 90 minuti simbolo di un’intera stagione, una stagione sportivamente tragica con un finale trascinato per due mesi dal sapore di una barzelletta che non fa ridere.
Da settimane si parlava di finali: ... 9... 8... 7, e puntualmente le occasioni venivano mancate.
Finalmente oggi questa colossale presa per il culo è finita.
Per la seconda stagione consecutiva la Juventus conclude il massimo campionato in una posizione che la lascia fuori dall’Europa che conta, e forse non solo: non era mai successo dall’avvento della Champions League "allargata".
In questo campionato da “ciapanò”, nel quale a turno tutti hanno rallentato per aspettare chi di volta in volta si attardava, la Juventus voluta da John Elkann giusto cinque anni fa - era il 7 maggio 2006, allorché accettò di affossare (o diede il benestare per farlo affossare, cambia poco) quello che allora era il club più importante d’Italia e fra i primi al Mondo - lascia per strada punti in modo che definire ridicolo è farle un complimento.
Vorrei dire a John Elkann, quello che si lamentava per le “spese insostenibili” della Triade (balla colossale), e alla sua corte dei miracoli che si meritano quello che sta succedendo: però a pensarci bene così farei solo del male a chi alla Juve tiene per davvero.
Parlo dei tifosi, e di sicuro John Elkann non rientra in questa categoria.
Noi non meritiamo questa Juve così poco Juve.
La Juventus dello Smile: qualcuno di questi paladini del sorriso, quando interpellato, offre l’impressione di non sapere neppure di cosa stia parlando (Elkann, Blanc) e qualcun altro regala la certezza di non sapere quale soluzione adottare per uscire da una situazione disperata (Del Neri, Marotta, ma prima di loro Secco, Ferrara…).
Andrea Agnelli non si vede né si sente più: se ci sei e conti qualcosa, Presidente, è questo il momento di dare un segnale.
Altrimenti nella considerazione dei tifosi il tuo nome finirà prestissimo nello stesso calderone che già ospita il resto della funesta compagnia.
Cinque stagioni sempre in calando, cinque allenatori più uno a scadenza (Corradini, ultime due giornate del 2006/07) e centinaia di milioni spesi per decine di mediocri per la maggior parte invendibili.
Un tempo chi arrivava alla Juve cresceva, migliorava e acquisiva qualità morali prima ancora che tecniche, e queste qualità facevano di questi Uomini dei veri esempi da imitare anche quando avessero terminato la propria esperienza juventina.
Ovunque andassero a continuare la loro carriera, questi Uomini diventavano immediatamente leader dello spogliatoio.
Oggi accade l’esatto contrario: chi arriva a Torino si perde e sprofonda nell’abulìa di un ambiente evidentemente negativo, mentre chi lascia la Juve al contrario si rigenera.
Non è servito cambiare gestione, tecnica e societaria.
Il pesce marcio puzza dalla testa, e mai come in questo caso questo proverbio si adatta alla Newventus.
A livello tecnico, che dire di una gara già vista più volte in questa stagione?
Un film horror, nel quale i protagonisti sono più o meno sempre i soliti.
Buffon conferma l’impressione di non avere più la reattività di un tempo e neppure la lucidità: l’uscita fuori tempo su Pellissier è roba da neuro.
Aquilani torni pure a Liverpool, non servono soprammobili di porcellana, alla Juve servono campioni solidi nel fisico, nella testa e nel cuore.
Krasic, in pienissimo rispetto della tabella 2009/10 (fenomeno fino a dicembre, disastroso da gennaio a giugno), riesce ad essere più dannoso che utile.
E la stanchezza fisica è un alibi al quale non mi sento di far ricorso.
La difesa intesa come reparto si è rivelata qualcosa capace di incassare, indipendentemente dagli interpreti, la bellezza di 29 gol in casa (media 1,61 a gara, battuti anche i record della scorsa stagione…) e offrire perennemente la sensazione di vulnerabilità e timore.
Una difesa davanti alla quale gli avversari non smettono mai di osare, sapendo che prima o poi il black-out buono arriva con puntualità imbarazzante.
A parte qualche segnale da Matri, la certezza più solida rimane Del Piero, e il doversi aggrappare ad un quasi 37nne che cinque anni fa viveva le partite prevalentemente dalla panchina è un segnale di quanto questa Juve si sia progressivamente ridimensionata in questo periodo.
Per finire, facciamo un giochino sui numeri, che di solito non mentono.
Guardiamo la classifica dello “straordinario” (bah…) campionato italiano 2010/11, limitandoci alle prime sette posizioni: Milan, Inter, Napoli, Udinese, Lazio, Roma, Juventus.
Dove voglio arrivare?
Ad un dato curioso: tutte le squadre che la precedono – a parte il Napoli - vantano un saldo negativo contro la Juventus nel doppio confronto, o in termini di punti o di differenza reti.
Cosa significa? Che il disastro bianconero va ricercato soprattutto nelle gare contro le piccole. Tanto per farla breve, contro le due squadre matematicamente retrocesse (Brescia e Bari) la banda di Del Neri ha conquistato 7 punti sui 12 disponibili; 2 su 6 contro la Samp attualmente candidata ad accompagnarle e pure il Lecce, squadra sulla quale la Samp fa la corsa per salvarsi, ha strappato 3 punti su 6 ai bianconeri.
E già che ci siamo ricordiamo i punti persi contro Catania (2) , Parma (3, ma domenica c’è il ritorno…), Bologna (5), Cesena (2).
Fino alla “meraviglia” di stasera, ed è la prima volta nella storia che il Chievo chiude la stagione senza perdere con la Juve: due bei pareggi (entrambi in rimonta per i clivensi) e altri quattro punti buttati.
In totale, sono 28 i punti lasciati contro le ultime 8 in graduatoria.
Se la Juventus ne avesse conquistati due terzi, lo scudetto milanista sarebbe stato ancora in dubbio, ma senza spingersi in fantascienza pura, solo conquistandone la metà, si andava in Champions League diretti.
Davanti a questi numeri, alzi la mano chi non si sentirebbe preso per il culo.
Ora, preso atto dell’ennesimo disastro, per i proprietari è il momento di decidere cosa fare di questa Juve; se affidarla a persone competenti oppure lasciarla andare sempre più alla deriva, sul campo, sui giornali e nelle aule di tribunale.
La pazienza del tifoso è finita.


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19 aprile 2014, ore 18.30

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