Piccoli uomini, piccola Juve

buffonOgni volta è sempre peggio, sembra non esserci limite.
Ogni volta pensiamo di aver finito gli aggettivi e invece siamo costretti a rimangiarci la parola.
Rimaneva una sola certezza per questa disastrosa Juve fotocopia della versione 2009/10: la competitività nei confronti diretti con le grandi.
Da ieri sera pure questa certezza è andata a ramengo, e si è consumata la terza sconfitta consecutiva in campionato (la settima nelle ultime dodici gare), record stabilito la scorsa stagione ed eguagliato a distanza di soli 12 mesi.
Numeri disastrosi, da squadretta senza dignità, costruita, gestita e amministrata da piccoli uomini.
In tanti si dovrebbero vergognare, a partire dalla proprietà. Sì, avete letto bene: vergognare.
Il Milan Ibrahimovic-dipendente schiaffeggia una Juve fra le meno Juve di sempre ben oltre il risultato.
Non c’è stata partita, diciamocelo chiaramente, e che il gol della vittoria rossonera sia arrivato a metà ripresa su conclusione sporca di Gattuso (e papera buffoniana) è solo un caso: il Milan ha cercato e voluto la vittoria contro una squadra di morti, una squadra senza motivazione e carattere incapace di impensierire la retroguardia avversaria per tutta la durata dell’incontro.
Qualche timido segnale di risveglio da Krasic nel primo tempo e nulla più.
Il ritorno di Chiellini al centro della difesa, il sacrificio di Bonucci (15 milioni complessivi relegati in panchina: altro segnale di fallimento), la riproposizione dell’oggetto misterioso Traoré e l’impiego di Martinez (il peggior acquisto di questi cinque anni, senza alcun dubbio) denotano lo stato confusionale nel quale versa Del Neri, che ne combina di grosse settimana dopo settimana, cambi in corsa compresi.
Matri, dopo un inizio convincente, è piombato nella mediocrità che l’ambiente trasmette, un virus che contagia chiunque frequenti quello spogliatoio.
Del carattere e della dignità un tempo segni distintivi del DNA bianconero non c’è più traccia, ora ci si arrende alle prime difficoltà.
Ero abituato ad altra Juventus, una Juventus che aveva dei valori che prescindevano dalle qualità tecniche, una Juventus che poteva toppare clamorosamente un’annata su dieci ma conservava un minimo di dignità.
Qui non c’è più niente che somigli ad una parvenza di dignità, non c’è più niente che somigli neppure lontanamente alla Juventus.
Sono tutti colpevoli, e siamo colpevoli anche noi tifosi.
Noi, tifosi troppo sedentari in quell’estate del 2006, quando l’attuale reggente (quello che a Ginevra al Salone automobilistico ha negato con sommo fastidio la disponibilità a parlare di Juventus) lasciò che la storia di uno dei modelli più amati ed invidiati di questo decrepito Paese venisse distrutta e vilipesa.
Noi che rimanemmo sostanzialmente a guardare, e addirittura ci fu chi salutò la defenestrazione degli "ex maledetti granata" Moggi e Giraudo con (sospette) manifestazioni di giubilo.
E allora ci meritiamo John Elkann, al quale rivolgo l’ennesimo, accorato invito: se la Juve non interessa, liberatene, è meglio per tutti. Pensaci seriamente, Mr. Elkann, onde evitare figure di merda come quelle cui la tua Juve (perché resta indelebile il tuo marchio) ci sta abituando ormai da cinque anni, e la figuraccia di ieri è solo l’apice del disastro.
Un disastro che materialmente nasce dall’operato di Jean-Claude Blanc, l’artefice massimo del “piano autodistruttivo” avallato da John Elkann: un Blanc visto ieri sera scherzare amabilmente con Fester Galliani, e (almeno apparentemente) inspiegabilmente ancora al suo posto. Ecco, finché non verrà chiarita la posizione dello sciagurato (e strapagato) savoiardo, non potremo mai addossare ad Andrea Agnelli una qualsiasi responsabilità per quello che sta accadendo, anche perché il responsabile tecnico dello scempio attuale (Marotta) è un'idea dello stesso Blanc, che corteggiò l’ex ad sampdoriano dall’estate 2009.
E la riprova di quanto Marotta sia in sintonia con il barbuto di Chambéry sta nella mentalità ridimensionata, da piccola squadra, che il buon Beppe ha rivelato in ogni frangente, prima in sede di campagna acquisti (disastrosa) e poi davanti alle telecamere: ascoltare frasi come “contro il Milan si può anche perdere” in altri tempi alla Juventus avrebbe significato sicuro licenziamento.
Che un direttore generale della Juventus rilasci simili dichiarazioni non è accettabile, anche alla luce di ciò che è stato esposto sugli spalti prima della partita, lo striscione che enunciava la filosofia della vera Juventus: "Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta".
Con che coraggio Marotta se ne esce con simili frasi?
Uno così dovrebbe solo vergognarsi, come dovrebbe farlo anche il suo allenatore, non da Juve pure lui: “Siamo andati meglio rispetto a Lecce, il Milan adesso ci è superiore”.
Ed entrambi, quando reclamano sulle assenze per infortunio (non mi pare che si sia in emergenza, almeno ora), danno la misura dell'inadeguatezza di chi non sa più a cosa attaccarsi.
Da pazzi.
Facciamo qualcosa, non se ne può più, di 'sta gente, come non se ne può più dell’atteggiamento di chi dovrebbe dare l’esempio e ricordarsi di cos’era la Juve e invece se ne dimentica in ogni occasione.
Parlo del portiere ridente, l’uomo che cinque anni fa sarebbe stato meglio se ne fosse andato, a considerare il tempo trascorso in infermeria, le parole e gli innumerevoli atteggiamenti a sproposito tenuti in questo lustro.
Quello che anche ieri sera ha sfarfallato come da tempo gli capita, quello che un ex grande portiere juventino mi ha confidato, qualche tempo fa, non essere più: “Un portiere serio da almeno cinque anni, non ne ha più l’equilibrio”.
Quello che qualunque sia il risultato della partita ride, scherza e si abbraccia con gli avversari e ammicca a chi da anni mette in dubbio la trasparenza di molti suoi successi.
Se questi sono gli esempi ai quali dobbiamo far riferimento, non facciamo fatica a capire quanto la luce in fondo al tunnel sia per ora (e chissà per quanto ancora) un autentico miraggio.

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